Il paradosso dell’omosessualità da “curare”

17 gennaio 2014 a 07:57

 

Mi arrabbio moltissimo ogni volta che sento di un ragazzo o una ragazza che si tolgono la vita perché vittime di bullismo, web bullismo, violenza verbale e fisica perché sono gay.

Certo c’ è il dolore per questi ragazzi, l’inimmaginabile strazio che coinvolge le loro famiglie segnate per sempre da una tale tragedia ma, se sto attenta a come mi sento, lo devo ammettere: sono tremendamente incazzata.

Perché ancora esistono moltissime persone convinte che la risoluzione del problema sia l’eliminazione dello stesso, cioè dell’omosessualità, intesa come anormalità, dunque malattia che allontana dalla salute che permette di omologarsi e proteggersi dalla calunnia.

Perché subito scatta la pietà, il “poverino, era gay…andava aiutato”, perché il problema spesso viene banalizzato: “era gay, pesantemente umiliato, ridicolizzato, forse malmenato, per questo non ha retto, era solo, si è ammazzato”.

Certo, questa descrizione rappresenta l’emergenza dell’evento, la singola reazione di una persona fragile che non ha potuto o saputo chiedere aiuto, che ha sentito di non avere scelta. Ed è una tragedia. Tragedia che riguarda tutti noi, che ancora siamo in qualche modo vittime dei nostri pensieri distorti e rigidi e pieni di pregiudizi che ci portano a provare pena, quando non è schifo, per gli omosessuali.

Gli stessi pregiudizi che ci fanno dire che i gay sono tutti simpatici e sanno ascoltare e sono vittime della moda e di dolce e gabbana. Ma dove?

Gli stessi pregiudizi che permettono ancora oggi ad un paradosso come la terapia “riparativa” di esistere. “Fior fior” di psicoterapeuti nel mondo curano omosessuali trattando l’omosessualità come un “disordine della sfera affettiva” . Spesso, se non sempre, alla terapia si mischia un bel po’ di religione e di preghiera, così che il processo salvifico sia il più redditizio possibile. Questo scempio avviene in gran parte del mondo. La terapia riparativa (che in Italia – vivaddio – è proibito attuare) infrange tutti i principi su cui si basa una psicoterapia: come è possibile aiutare una persona a stare meglio se quello che le chiediamo è di disconoscere ciò che è? La terapia riparativa nega l’essenza dell’altro, delegittima dell’omosessualità classificandola come un disordine ed un “malfunzionamento” dell’orientamento sessuale, considerandola una psicopatologia, quando la comunità scientifica tutta ha negato qualsiasi valore patologico all’omosessualità. La terapia riparativa promuove la cura dell’omosessualità se vissuta come fonte di disagio e sofferenza, rinforzando quindi l’idea che ciò che provi è un errore, un difetto che si può correggere. E pensare che ciò che maggiormente ricerca chiunque intraprenda un percorso di psicoterapia è proprio la possibilità di ri-conoscere, accettare e vivere ciò che prova, certo decidendo poi “cosa farne”, ma solo dopo averci fatto i conti. E fare i conti con ciò che proviamo, e siamo, è tra le condizioni più difficili e dolorose che si possano provare, ma così necessarie per poter realizzare ciò che sentiamo di poter essere.

La terapia riparativa ci dice quindi che amare o provare attrazione sessuale per una persona del proprio sesso è sì un problema, ma si può curare: come l’insonnia o l’ansia. Con la differenza che l’omosessualità ha a che fare con l’identità, col senso che abbiamo di noi, con la possibilità di “sentirci”. Se ciò che la società rimanda è che “essere gay non va bene”, allora di questa verità assoluta è possibile rimanerne vittime.

Tutta questa sofferenza, questa morte, da dove arriva se non dal crescere con la convinzione che “non vai bene così come sei”, che “sei sbagliato”? Convinzione che deriva da quel complesso gioco di specchi e rimandi che sono le relazioni umane? Se chi mi sta intorno, chi mi ama, mi istruisce, si occupa di me in qualche modo mi trasmette l’idea che essere gay sarebbe una tragedia, io la tragedia la sto già vivendo. 

Giovanna Canegrati

www.giovannacanegrati.it