Eva contro eva

5 febbraio 2014 a 15:00

Questione controversa questa, e forse anche difficile da digerire.

Prima ci dicono che i posti di comando nelle aziende sono occupati principalmente da uomini, a dispetto delle famigerate “quote rosa”.

Poi vai a vedere quei pochi casi in cui il manager è donna e scopri che la quota rosa è sì coperta, ma generalmente a discapito delle donne che lavorano come sottoposte, le stesse che declamano le quote azzurre per la loro salvezza quotidiana.

Questa “dichiarazione di guerra al femminile” è stata siglata da due recenti ricerche che mostrano come una buona percentuale delle lavoratrici intervistate desideri avere un capo uomo e lavorare con colleghi piuttosto che con colleghe. Guardiamo i risultati: dal primo studio condotto su 2000 donne da Pew -Washington- è emerso che una buona fetta di donne (18%) esprime il desiderio di voler lavorare solo con uomini, rispetto ad un 77% che non fa distinzione tra uomini e donne e un minimo 5% che vorrebbe affianco solo donne. Dati più estremi emergono dalla seconda ricerca (condotta da Gallup) in cui solo il 23% delle intervistate ha risposto di preferire una donna come capo.

Accanto alle prestigiose ricerche, poi sono certa che ognuno di noi potrà annoverare i racconti -sicuramente ricchi e romanzati- di amiche, conoscenti o estranee (fatevi un giro sui forum al femminile) che descrivono le colleghe, o ancor meglio le cape, come draghi sputafuoco, arpie o megere capaci di ogni maleficio. (Ovviamente ho assunto un tono leggero e decoroso).

Sul tema, di recente, sono tornati due ricercatori americani, Peter J. Kuhn e Marie-Claire Villeval i quali sostengono che le donne, tendenzialmente, e quindi anche nel contesto lavorativo, siano orientate alla cooperazione. Esse svolgerebbero con maggiore successo attività compiute in gruppo; questo perché hanno imparato – e gli è stato insegnato – a valorizzare la squadra e, in concerto, a raggiungere obiettivi comuni.
Gli uomini, al contrario, sarebbero più orientati alla competitività e per questo ambiscono maggiormente a posizioni di guida o a ruoli in cui sono al timone da soli.

Ma fino a che punto è davvero così?

È vero, c’è una grande differenza: la competizione maschile è concentrata su obiettivi specifici, mentre la rivalità femminile è totalizzante e si estende ad ogni dettaglio della vita, non solo alla carriera, ma spazia dall’aspetto fisico alla vita privata.

Qualche cosa infatti deve accadere alle donne che vogliono primeggiare sul posto di lavoro, alle donne che in ufficio spettegolano alle spalle, o che si ricoprono di complimenti per il taglio di capelli
onde evitare di prendersi per gli stessi.

Nel momento in cui si lavora fianco a fianco con altre EVE succede infatti che l’affermazione, il riconoscimento o il semplice complimento ottenuto dall’una tolgano la terra sotto i piedi all’altra.
Ancora una volta, maledetto confronto. Le donne valutano se stesse confrontandosi alle altre, in termini relazionali: il loro merito è dato da ciò che sono, in toto, piuttosto che in quello che fanno.

Per chiudere il cerchio. C’è poi chi, senza dare ascolto a queste maldicenze sulla competitività femminile in ambito lavorativo, punta tutto al femminile:

Il signor René Mäglii, titolare di una società di trasporti marittimi, per il suo ufficio con sede a Basilea vuole solo donne: nemmeno un uomo, solo lui, il capo.
Il sig. Mäglii dice che le donne hanno qualcosa in più: lavorano per l’azienda, non per il proprio ego; amano lavorare in squadra e si aiutano reciprocamente. Le donne non sono competitive, non vogliono dimostrare la loro superiorità. Le donne sono più preparate, più flessibili, più attente ai costi. Sono più indifferenti alla gerarchia, sbrigano il lavoro aiutandosi.


Certo, chiaro: qui funziona finché lui è il capo e fino a quando sarà abbastanza evidente che nessun altro potrà esserlo.

O forse René conosce i trucchi del mestiere perché è cresciuto in mezzo a tre sorelle.

Vai a capire.

Alessandra Preziosa
www.alessandrapreziosa.it