L’ottimismo è il pane della vita?

29 novembre 2012 a 20:47

ottimismo

L’ottimismo è un atteggiamento che si realizza nel pensare e nel vivere; è un modo di sentire, dove la visione che se ne ha è la positività, o quantomeno il suo prevalere sulla negatività.

Al contrario di quanto credano molti, l’ottimismo e il suo contrario, il pessimismo, non sono atteggiamenti innati e quindi immodificabili.

Una delle scoperte più affascinanti della psicologia moderna, la psicologia positiva, ad opera del Prof. Martin Seligman e del suo gruppo di ricerca, ci dimostra come si possa imparare a pensare e a vivere con ottimismo. L’ottimismo di cui stiamo parlando non ha nulla a che fare con la visione comune che si ha del termine: vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, come recitava il poeta Tonino Guerra. Questa è espressione di un “ottimismo ottuso” (scusate l’allitterazione), ossia la tendenza a voler vedere il bello anche nelle situazioni oggettivamente negative: il rischio del “pensare positivo a tutti i costi” è avere una visione distorta della vita, errore della stessa entità di una visione sempre e necessariamente catastrofica. Insomma stiamo parlando della sindrome di Pollyanna contro quella di Calimero…

Le ricerche del Prof. Seligman partono dagli studi sul senso di impotenza appresa: questi studi hanno
dimostrato che sottoporre le persone a situazioni dove non hanno margine di controllo e di possibilità
induce ad apprendere uno stile attributivo di natura pessimista. In qualche modo, sulla base delle nostre
esperienze ripetute nel tempo, si può imparare ad avere una lettura disancorata dai dati reali, oggettivi
ed esterni e a confermare questa visione nel tempo. Si radica la tendenza a pensare che le cose negative siano piuttosto permanenti, cioè molto durature; a generalizzare la negatività e percepirla come pervasiva di tutta la vita; a considerarsi come la causa della negatività a farne, cioè, una questione personale; ad ingigantire la negatività ed infine a percepire i problemi come più pesanti di quanto siano in realtà.

La buona notizia è che, così come l’impotenza è appresa, si può imparare a gestire positivamente le situazioni che stiamo affrontando. Parliamo di un “ottimismo realistico”, la sintesi virtuosa della capacità di considerare i dati reali e oggettivi ma cercando in essi la positività senza negare gli aspetti negativi della situazione attuale. Chi assume una posizione di ottimismo realista, cerca di raggiungere i suoi obiettivi anche partendo da una situazione non ancora perfetta.

In particolare la persona è in grado di riconoscere che le situazioni negative possono capitare e sono estemporanee (prima o poi cambiano), esclusive (ogni situazione ha in sé aspetti positivi e negativi), personali (abbiamo possibilità di scelta e siamo comunque responsabili della situazione o almeno di come rispondiamo alla situazione) ed esigue (c’è sempre un peggio e comunque probabilmente ci sono problemi più gravi).

Se ad esempio usciamo di casa per andare al lavoro e il tram ci passa sotto il naso: “Arriverò in ritardo al lavoro proprio oggi che ho una riunione importante e il mio capo avrà una considerazione pessima di me; questo mi conferma che sono un incapace !”

STOP! E’ proprio così? Cosa manca?

Consideriamo che oggi arriverò in ritardo, ma altre volte sono riuscito a prendere tutte le coincidenze
e sono arrivato in orario o persino in anticipo; e mentre sono sul tram, posso usare il tempo che ho a
disposizione per pensare meglio agli aspetti che voglio affrontare in riunione. D’altronde è una possibilità
arrivare tardi, non tutto dipende da me; mica teniamo conto delle statistiche annuali dei nostri viaggi.

La lezione è: non tendere al “tutto è positivo”, bensì “la situazione è questa… posso sfruttarla a mio favore. Con impegno riuscirò a sistemare le cose al meglio, imparando a fare quello che ancora non so fare!”.

Alessandra Preziosa

www.alessandrapreziosa.it