Sentirsi in colpa: né troppo, né troppo poco

30 settembre 2013 a 18:47

Il senso di colpa è uno stato mentale che ci rimprovera quando facciamo qualcosa che va contro il codice morale interno o esterno (quello che è giusto e non è giusto). L’effetto più immediato è un disagio interiore, quale continua tensione e rabbia contro se stessi. E tra le conseguenze c’è il rafforzamento di una già bassa autostima, di un senso di inadeguatezza e non accettazione di sé ed il ripetersi di comportamenti inappropriati e autolesionisti.
Siamo tutti d’accordo nel dire che là fuori ci sono ottimi dispensatori di sensi di colpa: c’è la famiglia che dice al suo bambino: “Se non ti comporti bene, noi stiamo male”; c’è la religione che ci fa nascere con il peccato originale stampato addosso; c’è la società che definisce i comportamenti sociali adeguati e quelli riprovevoli.
Ma tutto poi viene mescolato a accade dentro, scambiando l’adesione alle aspettative degli altri come merce di scambio affettivo. E allora per la paura di perdere l’artefice del ricatto, la sua fiducia, di non essere amato e accettato, chi ne è vittima si colpevolizza per ciò che ha fatto. Oppure il sensocolpista scambia l’immagine ideale che ha di sé, socialmente desiderabile, impeccabile, sempre all’altezza della situazione, con quello che è realmente, pretendendo molto in maniera critica, rigida e autodistruttiva.
Non stiamo parlando necessariamente di una colpa tangibile ed oggettiva, ossia la trasgressione ad una legge: quella la lasciamo ai giudici di un tribunale. Qui parliamo di colpa soggettiva, attribuita dal nostro giudice interiore e non necessariamente associata ad un’esperienza di vita, ma ad un vissuto d’angoscia che prende piede e si radica nella convinzione di essere inadeguati, inferiori, incapaci di essere apprezzati, come se dovessimo pagare in termini di sofferenza interiore per aver osato desiderare qualcosa di vietato. Queste modalità vengono imparate da piccoli, in ambienti dove le proprie esigenze sono subordinate alle aspettative familiari e al rispetto di regole rigide. E poi, come un copione, sono riproposte in età adulta, soprattutto nell’ambito delle relazioni affettive.
E allora c’è chi si sente in colpa perché non riesce a far fronte alle esigenze familiari, sente di non essere il padre ideale, la figlia che si occupa abbastanza del genitore anziano, la mamma che risponde alle mille esigenze dei figli, la donna che gestisce casa e lavoro e infine desiste di fronte all’ultima fetta di torta sacher.
Ma a che serve sentirsi in colpa?
Se ci pensiamo bene, sentirsi in colpa presuppone la capacità relazionale di leggere l’altro, stare in sintonia e in ascolto alle intenzioni altrui, mettendosi in guardia, qualora si passi il limite, per rivolgersi ad una messa in discussione.

La giusta via, come sempre, sta nel mezzo: ne troppo, né troppo poco.

Chi sente i sensi di colpa, può solo guardarli ed elaborarli in scelte di responsabilità. Vuol dire liberarsi di fardelli pesanti che spesso non riguardano più quello che siamo o che facciamo, ma quello che siamo stati e abbiamo vissuto. Riconoscersi una responsabilità è ben diverso che attribuirsi una colpa. La responsabilità è legata alla consapevolezza delle conseguenze che le nostre azioni generano.
E’ fare una scelta autonoma, uno sforzo per essere più adesivi ai veri bisogni e desideri, a quello che si è, seppure in contrasto con le esigenze del partner o della famiglia; un prezzo da pagare, in funzione di una crescita personale.

Alessandra Preziosa

www.alessandrapreziosa.it